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Ti Studio

Ti Studio è una rubrica curata da Benedetta Pezzi per Magazzeno Art Gallery dedicata alla scoperta degli studi d’artista, luoghi magici e spesso nascosti che racchiudono mondi fantastici.

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Studio di Nicola Montalbini

Ieri sera abbiamo deciso di passare a trovare il nostro amico Nicola nel suo studio, un garage recuperato e riadattato, che ti lascia senza parole per quanto sia lontano dall’idea che ognuno può avere di un “banale garage”, sotto l’occhio vigile di Trilli, gatto dei vicini che si sfama lì dentro. Questo studio è il risultato di tanti anni di lavoro, sacrifici, di selezione di oggetti e anche, può darsi, di un po’ di accumulo casuale: tantissimi libri, un piano centrale sopraffatto dai colori, infiniti ma schierati secondo uno schema preciso, cromie che non pensavamo nemmeno esistessero, finché non abbiamo conosciuto questo artista. Animaletti e dinosauri di plastica sulle mensole e all’interno di velieri recuperati, tele su tele coloratissime dappertutto che chiaramente ci parlano della ricerca attuale di Nicola ma anche, qua e là, un esempio per ogni periodo precedente: il gatto dipinto di rosso, lo scorcio di una città a grafite, le chine, i dinosauri e le case che mantengono ben salda la coscienza di quello che l’artista vuole adesso, di quello che sente appartenergli, senza però dimenticare quello che ha attraversato.

Nicola Montalbini nasce nel 1986 a Ravenna, frequenta il Liceo Artistico nella città natale e l’Accademia di Belle Arti di Bologna. Nei suoi dipinti in continua evoluzione si nota una spasmodica ricerca, uno sguardo sempre nuovo sulla realtà che circonda il suo studio: case e palazzine che, a poco a poco, perdono i loro tratti distintivi e diventano essenziali colori (talvolta). Prende parte a numerose collettive e personali.

Studio di Matteo Sbaragli

Lo studio di Matteo si nasconde nei pressi di un antico mulino ristrutturato ma che vede lasciati intonsi certi dettagli caratteristici del periodo in cui era in funzione. Dietro quella grande porta di legno antico ci appare uno studio vivo e frenetico, che ci mostra un’infinità di progetti ai quali l’artista sta lavorando: pittura su tela, su plexiglas, su alluminio, legno, scultura di materiali plastici e chissà quante altre cose ci sono sfuggite, nascoste dietro a quelle gigantesche opere poggiate alle pareti. Eh sì, perché se si va a trovare Matteo nel suo studio, vale la pena dare un’occhiata dietro ai dipinti posati nel perimetro della stanza, in quanto celano sempre altre tele, altre opere dimenticate, che potrebbero essere delle rivelazioni di cui innamorarsi.
Un artista estremamente ambizioso, che non venera tutto quello che produce, anzi: tante opere presenti nello studio erano volontariamente non terminate, in funzione di un progetto più grande, studi delle fisionomie, dei colori e delle forme per rendere successivamente al meglio sul formato più grande o sull’opera definitiva.
Parola d’ordine: “Non le guardare quelle, che fanno schifo”.
Matteo Sbaragli nasce nel 1979 a Forlì, frequenta il liceo artistico a Ravenna e si laurea all’Accademia di Belle Arti a Bologna. Per per dieci anni è artista con contratto di esclusiva della famosa Opera Gallery, che lo porta ad esporre in tutto il mondo, nelle sedi di Dubai, New York, Parigi e Montecarlo. Le sue opere fanno parte di collezioni private tra le più prestigiose.

Studio di LABADANzky

Lo studio di LABADANzky si trova in un complesso di edifici che non diresti mai accogliere al loro interno uno spazio così stravagante e unico nel suo genere; ti accorgi della sua esistenza solo se, da fuori, alzi lo sguardo verso le terrazze delle palazzine e noti che in tutti ci sono solo panni stesi, tutti tranne uno: da uno solo spuntano semafori e braccia robotiche, taglia erba smontati e riassemblati, cavi e catene.
L’entrata del condominio è piuttosto semplice e canonica, si salgono un paio di rampe di scale e si raggiunge quella che sembra una normale porta di un appartamento, mentre quello che ti aspetta dentro è tutt’altro. Quello che nasceva come un classico trilocale è stato totalmente smontato e ricostruito: materiali di recupero, scelti in un mare di oggetti buttati via, destinati al deterioramento, rivisti, corretti e riadattati ad un uso e un ambiente nuovo che in ogni sua componente ci parla dell’artista. Lo studio si divide in varie zone, pensate per assecondare le esigenze di tutto l’arco di una giornata, comprendendo quindi anche una “zona relax”, con tubi giallo traffico che escono dalle pareti, infinite bombolette sulle mensole, colori, pennelli e pezzi di sculture già disassemblate. Nella “zona laboratorio” invece, strumenti e attrezzi di ogni tipo, mensole fatte di cartone, altre vernici, bombolette, chili di pennarelli e un’intera parete coperta da pezzi di precedenti installazioni.
Ovunque guardi c’è qualcosa pronto a raccontarti un progetto, un’opera, un periodo vissuto, come se l’artista raccogliesse fisicamente un pezzettino di ogni esperienza fatta e lo esponesse lì, per riguardarlo tutti i giorni, ricordare sempre da dove è partito e quali sono le sue origini, vedere dove si trova ora e visualizzare gli obiettivi per il suo futuro.
Su un tavolino c’è un adorabile robottino che, seduto pensoso, mi guarda sconsolato e aspetta, con la testa abbandonata su una mano, che io faccia una foto anche a lui.
LABADANzky è un artista italiano, specializzato in installazioni urbane monumentali, realizzate a partire da materiali già “digeriti“ dal normale processo di produzione e consumo (quali vecchi elettrodomestici, tecnologia obsoleta, imballaggi, ecc.), attivo nelle principali piazze e città internazionali.
La sua metodologia espressiva e cifra stilistica dialogano freneticamente con il fruitore a proposito di alienazioni e controsensi che tessono la quotidiana trama della realtà urbana contemporanea.

Studio di Eron

Per visitare lo studio di Eron ci immergiamo nelle colline riminesi, in un edificio storico che accoglie silenziosamente l’artista. Ci aspettano metri e metri di superfici ricoperte di bombolette come soldatini maniacalmente ordinati e composti, uno accanto all’altro. Meravigliose pareti scrostate riportano alla luce il mattone sottostante, travi in legno sul soffitto e arredo antico che, passato tra le mani di Eron, diventa un’opera d’arte: specchi, infissi, finestre, lampade e mappamondi nascondono dei volti e delle immagini incerte esasperate nella loro potenza da candele e luci soffuse.
L’utilizzo di vernici acriliche e la tecnica dello spray, sviluppata fino a livelli virtuosistici, permette di raggiungere una straordinaria resa su larga scala ma anche in formato ridotto, come tele e supporti di varie dimensioni. Questo linguaggio è il mezzo espressivo perfetto per dare forma a tematiche di profondo valore: le opere di Eron, infatti, toccano spesso temi politici e sociali attraverso una ricerca pittorica che unisce potenza, delicatezza, poesia e armonia visiva. Una tecnica di altissimo livello e unica, che diventa veicolo di immagini poetiche e incisive.
Considerato tra i più dotati e virtuosi interpreti dell’arte figurativa e della pittura contemporanea internazionale, Eron è uno dei più noti esponenti del graffitismo italiano e della street art a cavallo fra XX e XXI secolo. Nel 2018 Eron ha realizzato quella che è considerata una delle più grandi opere d’arte murale urbana al mondo: W.A.L.L. (Walls Are Love’s Limits), realizzata nel nuovo quartiere City Life a Milano, è un dipinto di 1000 metri quadri che ha trasformato la grande parete in un muro contro le barriere.
Le opere di Eron sono state esposte in gallerie e musei di tutto il mondo tra cui: Chelsea Art Museum (New York), Biennale di Venezia, Saatchi Gallery (London), Galleria Patricia Armocida (Milano), PAC – Padiglione Arte Contemporanea di (Milano), MACRO – Museo d’Arte Contemporanea (Roma), Italian Cultural Institute (New York) solo per citarne alcuni.

Studio di Groter Walpius

Lo studio di Groter non è uno solo, ma sono tanti dislocati nello spazio e nel tempo, seguaci dei suoi cambiamenti.
Il suo primo studio è la carrozzeria di suo padre dove, con il passare degli anni, impara a conoscere le superfici, i colori e gli effetti cromatici realizzabili su ciascun materiale, chiedendosi come sarebbe stato se si fossero applicati gli stessi trattamenti a delle superfici diverse. Nasce così la sua voglia di dare una seconda possibilità ai materiali che nessuno considerava degni di un pavoneggiamento: il legno, il cemento, le pietre iniziano ad essere per Groter oggetto di sperimentazione. Ancora oggi è proprio in questo “primo studio” che costruisce le forme di cemento, rendendole lisce ma porose tanto da diventare perfette tele adatte all’accoglienza del colore.
Il secondo studio di Groter potremmo dire essere il treno che lo porta al lavoro: insegnare chitarra alle scuole medie gli permette di essere occupato e lontano per gran parte della giornata, facendogli acquisire tutte le immagini e gli accostamenti di colore che incontra, fotografandoli mentalmente per poterli ricordare al suo ritorno.
Il terzo studio è quello a La Spezia dove, con stucchi e bombolette, crea vari livelli di colore che poi fa emergere grazie a delle carte abrasive finissime.
Termina poi l’opera con il suo tratto distintivo nel suo ultimo studio, casa sua: delle finissime righe ad inchiostro create alla luce di una lampada in cemento che lui stesso ha creato.
È sempre questo il posto dove, durante le sue notti insonni, ripercorre tutti gli strati di colore e le levigature dei giorni precedenti.
Groter Walpius nasce a La Spezia nel 1977. Professore di chitarra classica, con una laurea in economia e un passato da carrozziere, decide di abbandonare tutto per seguire la sua vocazione nei confronti del colore: il risultato non può che essere non convenzionale. Nei suoi lavori c’è tutto questo: le superfici levigate, le nuvole di colore e il rigore della linea. I supporti che utilizza per le sue opere sono molteplici, dal legno al mattone alla tela, riuscendo a renderli protagonisti tramite velature e stratificazioni che permettono a ogni forma leggera e nebulosa di emergere attraverso linee tracciate con estremo rigore e potenza.

Studio di Giorgia Mascitti

Lo studio di Giorgia si trova al terzo piano di un palazzo adiacente a una delle vie più trafficate della sua città, Macerata. Aprendo la finestra si è catapultati davanti a uno dei monumenti più importanti e caratteristici del luogo che dona un sottofondo quasi perpetuo di opere liriche e concerti. Mi racconta che ogni tanto, tra una pausa e l’altra, le piace affacciarsi semplicemente per guardare e ascoltare: le teste basse di chi corre a lavorare, le urla e i clacson di chi è di fretta, il brusio del mercato di certe mattine e tutto lo scorrere fluido della vita fuori dal suo studio, ma anche della stanza stessa in cui lei vive.
Giorgia ha infatti deciso di unire, in qualche modo, le sue passioni al suo lavoro, creando un ambiente per lei “di comfort”, con oggetti che le portassero gioia, che le ricordassero la sua famiglia e i suoi amici, ma soprattutto un luogo che le permettesse di alzarsi dal letto nel bel mezzo della notte per segnare quel tratto a matita sul foglio che ha lì sulla scrivania, a pochi passi da lei e dai suoi sogni addormentati. Tanti libri, cd, fotografie, strumenti musicali, bottiglie di vino, erbari e videogiochi: tutti oggetti che parlano di Giorgia e che ritroviamo, in qualche modo, anche nelle sue opere.
Giorgia Mascitti è nata a San Benedetto del Tronto (AP) nel 1995. Nel 2014 consegue il diploma di Grafica Pubblicitaria presso l’istituto d’arte Licini di Ascoli Piceno. Nel 2020 consegue il titolo di Laurea di Diploma accademico di secondo livello in Decorazione presso l’Accademia di Belle Arti di Macerata. La sua ricerca tratta la speciale empatia che si crea fra immagine e memoria, finalizzata a far riemergere l’emozione di un ricordo attraverso figure provenienti dalla sua quotidianità, album di famiglia, immagini pubblicitarie e propri disegni.

Studio di Patrizia Novello

Lo studio di Patrizia si trova a Milano, zona Dergano, nel piano seminterrato di un gigantesco condominio: come succede spesso durante le visite degli studi, non si direbbe mai che una tale conchiglia possa contenere al suo interno una perla così luminosa.
Si accede dal cortile e, appena entrati, lo spazio si divide in varie zone: sulla sinistra un grande stanzone con un antibagno che è stato trasformato in una cucina, luogo fondamentale per la vita di Patrizia, grande amante del cibo; sulla destra invece troviamo un corridoio che ci conduce a due stanze più piccole, pressappoco grandi uguali.
Non appena terminata l’Accademia di Belle Arti, Patrizia ha deciso di cercare uno spazio a lei adatto, da condividere con la sorella Daniela, scultrice. Ecco che, trovato questo studio, le due piccole stanze sono diventate “micro-mondi” in continua evoluzione delle due artiste, estremamente diverse tra loro: una piena di utensili e materiali di Daniela e una colma di pennelli, colori ad olio e tele, di Patrizia.
Lo studio è comunque estremamente trasformabile, a seconda del progetto al quale l’artista si sta dedicando. Ad esempio, nel caso della creazione di gigantesche opere su tela, Patrizia preferisce impostare il lavoro su supporti verticali, ma poi concluderlo dipingendo le scritte in orizzontale, dovendo spostare più volte il lavoro e con la prerogativa di avere quindi un ambiente mutevole che assecondi le su necessità.
Lo studio ci appare molto ordinato, ma Patrizia ci confessa che, per quanto sia maniacale nelle sue opere, nel suo studio fatica molto a rimettere le cose al suo posto, sparpagliando colori, pennelli, matite, squadre, righelli, pastelli e, il più delle volte, perdendoli, ma poi ritrovandoli ogni volta, dopo tante ricerche!
“Mi piace lasciarmi ispirare dagli spazi in cui mi trovo e la vivo sempre come un’occasione per scoprire anche dei modi nuovi di lavorare, al di fuori del comfort consolidato e sicuro del mio studio”, ecco che Patrizia trova, negli ultimi anni altri due luoghi per dedicarsi al suo lavoro: uno studio a Londra, dove principalmente realizza e stampa le sue incisioni, e casa sua, luogo prediletto per i lavori su carta e i suoi libri d’artista.
Patrizia Novello nasce a Milano nel 1978, vive e lavora tra Milano e Londra. Frequenta l’Accademia di Brera dove consegue la laurea in Restauro dell’arte contemporanea. Si forma in pittura con Vincenzo Ferrari. Espone in mostre personali e collettive in gallerie, musei e fiere in Italia e all’estero. Partecipa a residenze e simposi. Pittrice, il suo lavoro si struttura in cicli di opere di matrice concettuale dove l’evocazione gioca un ruolo importante mentre la descrizione diretta di oggetti o situazioni viene smaterializzata dal processo creativo adottato.

Studio di Alessandro Sebastianelli

Lo studio di Alessandro è come un pianeta a sé stante: un universo fatto di alchimia, astronomia, psicologia, onirotarologia, tutti elementi che ruotano velocemente e compulsivamente attorno alla figura dell’artista, che si propone di riunirli e dare forma all’invisibile, rendendolo visibile, e viceversa. Spesso, all’interno di questo spazio, carico di energie, vengono effettuate danze e riti sciamaniche, portando al centro di essi proprio le sculture, i dipinti e i disegni di Alessandro.
Il profumo di incenso pervade l’ambiente. Entrando nel suo studio si respira un forte parallelismo con quello che stiamo vivendo in questo periodo: le restrizioni rendono le persone vulnerabili, isolate, asettiche, prive di protezioni e cariche di mancanze, ma Alessandro mette in luce, con la figurazione nella sua pittura, una connessione comune invisibile che supera le distanze e le differenze. Questa radice che ci unisce è sempre esistita ma, come ci racconta, tendiamo inconsapevolmente ad atrofizzare la capacità di rendere percettibile questo legame.
Il risveglio di queste capacità ci riconnette alla terra, alla natura, all’essenza dell’esistenza e alla totalità del tutto. Ci sono tanti elementi nel suo studio che ci parlano delle sue passioni e della sua ricerca: pietre, minerali, piante, tarocchi, libri; la sua pittura è quindi in continua evoluzione, seguace dei ritmi della sua vita, dei suoi interessi e delle sue esperienze.
Alessandro Sebastianelli nasce nel 1994 a Jesi. Pittore e musicista autodidatta, è all’incessante ricerca di un linguaggio comune tra frequenze cromatiche e frequenze sonore. Cerca di cogliere le pluralità estetiche e sensoriali per rappresentare la non apparente realtà. Si vede come in un sogno nel mondo che lo ospita, osserva attentamente in adorazione e riassembla quello che vede in una modalità nuova, profondamente rilassante, quasi curativa. Negli ultimi anni ha preso parte a varie personali e collettive in tutta Europa.

Studio di Matteo Casali

Matteo ci porta a scoprire il suo studio di Thiene, dove passerà questo mese di atipiche festività; solitamente la sua “base” è a Venezia, nell’Accademia che frequenta, a casa sua, oppure d’estate, nel suo garage. Parliamo formalmente di “studio d’artista” per descrivere il luogo dove effettivamente il pennello e la matita toccano la tela, ma freneticamente Matteo disegna e dipinge costantemente immaginandosi quello che al più presto vorrà trasferire su un supporto che renda la sua arte fruibile a tutti.
Lo spazio che ci mostra è angusto e pieno di elementi ma è così che lui preferisce lavorare, tormentato e costretto nel suo antro creativo: ci racconta che, quando deve dipingere le sue enormi tele, cerca ovviamente spazi più ampi che lo possano accogliere, ma li riempie di strumenti, colori e altre tele, milioni di oggetti che rendano lo spazio per lui più familiare e accogliente. Pile di oggetti come edifici che affollano le strade iper-trafficate del suo processo creativo: libri di arte e filosofia, blocchi da disegno, foto e quadri abbinati a suoni naturali e jazz.
L’influenza data dal luogo in cui Matteo si trova è molto significativa all’interno della sua ricerca: la tanto desiderata penombra gli permette di concentrarsi sulla tela dimenticando lo spazio circostante, soffocante e buio, che isola l’artista dal resto del mondo, lasciando spazio a una realtà chimerica data da un profondo isolamento.
Matteo Casali nasce nel 1994 a Schio (Vicenza), dove si diploma presso il Liceo Artistico. È attualmente iscritto all’Accademia di Belle Arti di Venezia. L’immaginario che troviamo nelle sue opere proviene da scene di vita quotidiana, contaminate da elementi quasi mitologici, insistendo fortemente sul chiaroscuro. Matteo ha partecipato a varie mostre collettive e personali.

Studio di Riccardo Garolla

Lo studio di Riccardo si trova a Milano, è un piccolo monolocale che ci accoglie con una luce calda e densa, pareti stinte dai colori delle sue opere e tende rosse annodate a mostrarci altri palazzi e terrazzini, con vista sulla vita di altre persone. Ci viene raccontato quanto i sentimenti che l’artista prova per quel suo studio siano dicotomici: in certe circostanze si rivela il posto perfetto per pensare, per elaborare la realtà e tramutarla in disegno, in altre condizioni si trasforma nel posto più angusto, opprimente e costringente nel quale una persona possa sentirsi rinchiusa.
Gli elementi che vediamo sono tutti parte del processo creativo di Riccardo: le piante, tenacemente presenti nei suoi ambienti e diversissime tra loro, specchi, ovviamente tele, colori e disegni, ma anche strumenti musicali, in quanto ad ogni opera viene attribuito, in modo molto naturale e fluido, un suono, una melodia creata appositamente per quel momento.
La musica è un elemento molto importante per la nascita delle opere di Riccardo che poi, successivamente, andranno ad “abitare”, come lui stesso racconta, l’ambiente in cui saranno accolte. Le cuffie sono sempre presenti sul tavolo da lavoro, ovunque esso sia, insieme a un posacenere e al suo astuccio nero, qualcosa da bere e un contenitore per sciacquare i pennelli macchiati, un’acqua limpida che piano piano scandisce col suo colore il tempo che Riccardo passa seduto in un’apparente immobilità, che nasconde una frenetica e prolifica azione creativa.
Riccardo Garolla nasce nel 1986 a Tradate. Studia e si laurea dopo aver frequentato l’Accademia di Belle Arti di Bologna e di Brera. Attualmente vive e lavora a Milano. Riccardo rivela scene nascoste, cercando l’umanità dello sguardo, cogliendo un’istantanea di ciò che si vela oltre il primo disordine dell’uomo. Le sue opere sono state esposte in varie mostre personali e collettive.

Studio di Lisa Gelli

Lo studio di Lisa è piccolo e silenzioso, discreto e aggraziato, minuto e autoironico, esattamente come lei. Un piano su cui appoggiarsi, una sedia, materiali vari e tante scatole di tutte le misure, per contenere tutto ciò di cui le sue sperimentazioni necessitano. Fulcro del suo studio è il piano da lavoro, i cui confini sono pennini, pennelli, matite, china e tanta carta, supporto privilegiato nella ricerca dell’artista, ma anche tutto ciò che serve per lavorare la ceramica, recente scoperta di Lisa.
Tra le varie scatole piene di idee, contrassegnate chiaramente da scritte nere, una in particolare attira l’attenzione, con un ritaglio di carta con la scritta “possibilities”; Lisa ci racconta che quella è un ritrovo di scarti, polaroid riuscite male, Leporelli ancora da riempire e tutto quel materiale che, apparentemente da buttare, risulta fondamentale quando si ricerca un’idea inusuale e imprevedibile: è solo questione di saper pescare in quel piccolo e infinito mare di possibilità.
Il muro bianco attorno al piano di lavoro è colmo di appunti, disegni, parole che possiamo ipotizzare essere parte di tutta la crescita, personale e artistica, di Lisa: fotografie che, in varie forme, hanno segnato la sua evoluzione. Al centro del muro un foglietto lungo e stretto con trenta parole e frasi messe in fila in ordine alfabetico, una sopra all’altra, diversissime tra loro e apparentemente scollegate, ma che in qualche modo, nella mia immaginazione, creano una personalissima poesia che si legge con l’accento toscano.
Lisa Gelli nasce nel 1983 a Empoli e successivamente si trasferisce a Macerata dove lavora come graphic designer ed è organizzatrice e co-art director di Ratatà, festival di fumetto, illustrazione, editoria indipendente. Il suo linguaggio poetico e i suoi colori trovano la loro massima espressione in chine e pigmenti che si uniscono in forme che sembrano dipinte sull’acqua. Ha partecipato a numerose mostre collettive nazionali e internazionali.

Studio di Svccy

Lo studio di Svccy si trova al secondo piano di un piccolo condominio a Ravenna circondato da villette dei primi anni ’60, non troppo distante dal centro città. È caratterizzato da un ambiente basato sul contrasto tra bianco e nero con un pavimento a scacchiera e mobili in linea con questa alternanza di colori. Ne risulta, forse senza farlo apposta, una stanza che rispecchia uno dei tanti ambienti che vengono raffigurati all’interno delle sue immagini digitali, dove protagonisti della scena classica si uniscono ad ambientazioni surreali, con auree rosa e viola che trasportano busti romani in luoghi specialmente attuali.
Svccy ci racconta che questa stanza ha vissuto e vive tuttora una duplice vita tra arte e musica. Infatti, i muri dello studio hanno sentito per anni melodie che spaziano dal classicismo fino alla musica d’avanguardia: Mozart, Weber, Debussy, Stravinsky, Berio e tantissimi altri, proprio perché Svccy, prima di essere un artista, è un clarinettista e professore di musica. Nel suo studio la musica non manca mai, accompagna ogni lavoro e pensiero sulle immagini che poi verranno prodotte, è una delle prime fonti d’ispirazione per l’ideazione dei suoi lavori, associata anche alle opere dei grandi maestri dell’arte.
La stanza, col tempo, è diventata anche luogo di sperimentazione visuale, inizialmente con il supporto di un semplice computer portatile, fino ad arrivare, negli ultimi mesi, ad una vera e propria postazione adibita allo sviluppo di immagini e piccole animazioni in 3d.
Svccy nasce a Ravenna nel 1997, è un artista digitale autodidatta. L’arte che realizza si ispira alla collage art digitale permeata dalla corrente visiva Vaporwave / Estetica nata e sviluppatasi online tra il 2011 e il 2012. Il genere è caratterizzato dall’uso di temi nostalgici degli anni ‘80 e ‘90 di sistemi operativi per computer e console per videogiochi, busti romani, centri commerciali abbandonati, elementi della cultura giapponese tutti conditi con l’uso di sfumature sulle tonalità del viola e del rosa. A differenza delle immagini classiche del genere, le opere di Svccy tendono a una variante più oscura e introspettiva.

Studio di Sara Vasini

Lo studio di Sara, quello fisico, per intenderci, ha una storia davvero particolare che vale la pena ascoltare e raccontare. A sedici anni visita la casa-studio dell’artista Ines Morigi Berti, maestra della sua insegnante di mosaico, che le permette di considerare la sua abitazione e il suo studio non più come due ambienti che dovessero per forza essere distinti per essere funzionali, ma due luoghi che, portati a coincidere nelle stesse coordinate, si completassero e, allo stesso tempo, contaminassero in maniera estremamente positiva.

La vita portò Sara ad avere uno studio lontano da casa verso i ventisette anni, che però non le permetteva di concentrarsi e così fu una faccenda breve, giusto di qualche mese. Quando finalmente riportò a casa tutto, ricominciò a respirare e si impose di non permettere mai più a se stessa momenti di apnea, affidando per sempre il suo studio alla sua casa, e viceversa, facendo sì che il suo lavoro facesse parte della sua vita in ogni momento della giornata.

Sara ci racconta che per lei è fondamentale avere tutto a portata di mano, avere sempre la possibilità di scegliere in mezzo a quel mosaico di strumenti che si è costruita attorno, dandosi anche la possibilità di infittire le tessere aggiungendo, di tanto in tanto, qualche giocattolo della sua infanzia ritrovato in un cassetto o qualche oggetto, che verrà prima accuratamente pensato e poi effettivamente composto.

Oggi Sara ha due studi dove si sente “a casa”, uno a Bellaria-Igea Marina, in cui la linea d’orizzonte è il mare, e uno a Macerata, che si affaccia sulla chiesa di Santa Maria delle Vergini, tra le colline.

Sara Vasini nasce a Cesena nel 1986. Frequenta l’Istituto Statale d’Arte per il mosaico Gino Severini diplomandosi presso l’Accademia di Belle Arti di Ravenna nel 2013, sezione Mosaico, conseguendo il diploma specialistico nel 2020. Segue corsi di scultura basca a Bilbao. È assistente dello scultore Graziano Spinosi dal 2011 al 2014. Partecipa a RAM nel 2015 vincendo, espone presso il Museo d’Arte della città di Ravenna (MAR) e in numerose collettive e personali. Nel 2017 vince GAEM. Utilizza il mosaico come strumento di ricognizione del reale e come strumento interpretativo.

Studio di Matteo Lucca

Lo studio di Matteo si trova a Forlì, è uno spazio intricatissimo di oggetti, percorsi, materiali e forme, tutte contenute sotto un tetto di grosse travi antiche. Apparentemente è abbastanza caotico, ma solo se ci si ferma ad un primo e rapido sguardo, in quanto tutto ha un posto specifico che gli appartiene e, anche se l’accumulazione pare davvero seriale, tutto ha un senso e un andamento quasi melodico.

Le pareti fredde sostengono mensole di legno, sulle quali poggiano scatole e piedistalli che reggono sculture di teste, ma ci sono anche un’infinità di strumenti appesi, come a voler creare una gigantesca collana fatta di materiali diversi.

Matteo condivide lo studio con il suo primo insegnante di scultura delle superiori Ivo Gensini, per lui grande e importantissimo riferimento giovanile, che è diventato attualmente un vero e proprio collega con il quale creare scambi di idee e dialoghi scultorei. L’allievo e il maestro si incontrano in un luogo che permette di conversare quasi alla pari, di lavorare insieme senza grosse differenze ormai da tre anni, da quando Matteo fece di quello spazio, in particolare del soppalco, il suo “centro di raccolta” di lavori, materiali, strumenti. Il suo studio, infatti, non è solo questo, ma è quello che mi piace definire uno “studio diffuso”, che si colloca in altre zone della provincia, spesso a casa di amici, quando l’artista deve concludere le sue opere, a seconda del materiale a cui si sta dedicando, dal pane, alla ceramica, ai metalli.

Matteo Lucca ha studiato all’Istituto Statale d’Arte di Forlì per poi laurearsi in scultura all’Accademia di Belle Arti di Bologna. Ha partecipato a varie mostre collettive e personali. Per le sue sculture, quasi sempre calchi presi dal vero, utilizza materiali quali il rame, il piombo, il ferro, la cartapesta, i tessuti, la ceramica e il pane. Spesso composte da vari materiali, le sue opere sono figure reali che si presentano raramente integre e intatte ma spezzate, frammentate e avvolte da strati di materia che lascia intendere un inarrestabile scorrere del tempo oppure inutili tentativi di cura e di conservazione. L’azione comportamentale, e quindi extra scultorea, ha un ruolo importante nell’opera di Lucca, che, tra l’altro, si è dedicato al teatro-danza nell’ambito di più generali interessi nei confronti della danza moderna e contemporanea.

Studio di Alessandro Marangon

Nello studio di Alessandro ho trovato tutto fuorché le cose che solitamente vedo negli ambienti vissuti dagli artisti. Il suo lavoro si divide in due spazi, quello esterno, d’estate o quando ancora le temperature lo permettono, e quello al chiuso, d’inverno.
Il primo si trova al di sotto di una tettoia nelle colline bolognesi, dove nascono tutti i lavori che includono l’utilizzo di strumenti come frese, seghetti alternativi, trapani, senza vedere, nemmeno lontanamente, pennelli, matite o colori. Appoggiata al muro di mattoni grezzi c’è una pesante asse di legno alla quale sono stati affissi i bozzetti del lavoro che sta nascendo a pochi metri da lì.
Il secondo spazio, quello interno, si divide tra un laboratorio e la sua casa; nel laboratorio prendono vita quei lavori che Alessandro chiama “di composizione”, ovvero creati dall’assemblaggio di cortecce, spine ed altri elementi naturali che utilizza nella sua ricerca. Mi colpiscono una suddivisione maniacalmente minuziosa dei vari elementi, distinti per forma e dimensione su un piano a contrasto, e la cura con cui l’artista sfiora le spine, che riempie lo spazio di un gusto poetico. La sua casa, e in particolare la sua stanza, sono invece più in balia di un caos ricercato, che lo costringe piacevolmente a dormire, qualche notte, con opere, o parti di esse, sopra e sotto al letto, idee ammassate e catalogate su una scrivania a scomparsa, che non è mai stata chiusa, dal giorno in cui è stata costruita. Nascono qui i lavori più piccoli e dettagliati, la ricerca pittorica figlia dell’estate passata con altri artisti, il fotoritocco e lo studio delle linee che compongono gli elementi naturali.
Fil rouge di questi spazi è proprio la luce che li pervade: ambienti ricchi di luminosità e carichi di energia, certamente diversi da quei luoghi angusti in cui Alessandro ci racconta di aver vissuto fino ai vent’anni, e che ora vuole sostituire con laboratori più ampi possibili, che diano spazio e voce alla sua visione del mondo e della contemporaneità. 
Alessandro Marangon si diploma in Grafica Pubblicitaria a Mestre e attualmente vive e lavora a Bologna. Avvia il proprio percorso di artista autodidatta dedicandosi alla sperimentazione di materiali eterogenei, combinando pittura, scultura e fotografia, alla ricerca di un linguaggio espressivo autentico, plasmando e classificando oggetti naturali, come rami e cortecce, destinati all’invecchiamento e al disfacimento. Ha partecipato a varie mostre collettive e personali.

Studio di Andrea Pola

Lo studio di Andrea si trova a Ravenna, città che lo ha accolto qualche anno fa quando ha deciso di trasferirsi per frequentare l’Accademia di Belle Arti; è uno spazio piccolo, ma perfettamente organizzato, all’interno della casa dove vive. Un’accoglienza ordinatissima, la stanza piena di sculture e dipinti, ma anche disegni e collage, tutti disposti sulle linee di una griglia precisa. Sotto alla scrivania tutto il necessario per scolpire, anche se ci confessa che preferisce farlo in Accademia, con stanze più ampie da sporcare.

Andrea è una persona molto timida e introversa per questo, guardando le sue opere, è naturale chiedersi se sia proprio lui a realizzarle: personaggi di china nera con occhi penetranti e inquieti, sculture di volti che si dimenano su se stessi, straziati, urlanti, macchiati di tessere musive e scarnificati dalle stesse. La scultura è una tra le sue ultime ricerche, un’analisi profonda dell’uomo attraverso la materia che si unisce in agglomerati che autonomamente prendono forma, assumendo espressioni talmente familiari da renderci inquieti; un’introspettiva visione all’interno di chi guarda, fino a trovare un’intensa somiglianza tra noi e ciò che stiamo guardando, che ci sta scrutando a sua volta.

Turbato e impassibile, ossessionato dalle persone, Andrea coglie l’essenza degli esseri umani e cattura le loro espressioni, rielaborandole in scultura, pittura e disegno. Disagio, misantropia, disadattamento, inadeguatezza, si palesano con la materia e il colore in forme arcaiche, espressioniste ed essenziali, come specchiate negli occhi dell’artista.

Andrea Pola nasce nel 1995 a Sanremo, cresce a Ventimiglia. Si laurea in pittura all’Accademia Albertina di Torino e studia tuttora all’Accademia di Belle Arti di Ravenna. La sofferenza, il disagio, l’inadeguatezza, sono le fondamenta da cui scaturiscono i suoi personaggi; spesso sono controversi, erranti alla ricerca di un loro spazio nel mondo, incerti della propria sessualità, depredati del loro decoro, derisi, dubbiosi, narcotizzati, malati, abbandonati, esclusi.

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