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Studio di Nicola Montalbini

Ieri sera abbiamo deciso di passare a trovare il nostro amico Nicola nel suo studio, un garage recuperato e riadattato, che ti lascia senza parole per quanto sia lontano dall’idea che ognuno può avere di un “banale garage”, sotto l’occhio vigile di Trilli, gatto dei vicini che si sfama lì dentro. Questo studio è il risultato di tanti anni di lavoro, sacrifici, di selezione di oggetti e anche, può darsi, di un po’ di accumulo casuale: tantissimi libri, un piano centrale sopraffatto dai colori, infiniti ma schierati secondo uno schema preciso, cromie che non pensavamo nemmeno esistessero, finché non abbiamo conosciuto questo artista. Animaletti e dinosauri di plastica sulle mensole e all’interno di velieri recuperati, tele su tele coloratissime dappertutto che chiaramente ci parlano della ricerca attuale di Nicola ma anche, qua e là, un esempio per ogni periodo precedente: il gatto dipinto di rosso, lo scorcio di una città a grafite, le chine, i dinosauri e le case che mantengono ben salda la coscienza di quello che l’artista vuole adesso, di quello che sente appartenergli, senza però dimenticare quello che ha attraversato.

Nicola Montalbini nasce nel 1986 a Ravenna, frequenta il Liceo Artistico nella città natale e l’Accademia di Belle Arti di Bologna. Nei suoi dipinti in continua evoluzione si nota una spasmodica ricerca, uno sguardo sempre nuovo sulla realtà che circonda il suo studio: case e palazzine che, a poco a poco, perdono i loro tratti distintivi e diventano essenziali colori (talvolta). Prende parte a numerose collettive e personali.

Studio di Matteo Sbaragli

Lo studio di Matteo si nasconde nei pressi di un antico mulino ristrutturato ma che vede lasciati intonsi certi dettagli caratteristici del periodo in cui era in funzione. Dietro quella grande porta di legno antico ci appare uno studio vivo e frenetico, che ci mostra un’infinità di progetti ai quali l’artista sta lavorando: pittura su tela, su plexiglas, su alluminio, legno, scultura di materiali plastici e chissà quante altre cose ci sono sfuggite, nascoste dietro a quelle gigantesche opere poggiate alle pareti. Eh sì, perché se si va a trovare Matteo nel suo studio, vale la pena dare un’occhiata dietro ai dipinti posati nel perimetro della stanza, in quanto celano sempre altre tele, altre opere dimenticate, che potrebbero essere delle rivelazioni di cui innamorarsi.
Un artista estremamente ambizioso, che non venera tutto quello che produce, anzi: tante opere presenti nello studio erano volontariamente non terminate, in funzione di un progetto più grande, studi delle fisionomie, dei colori e delle forme per rendere successivamente al meglio sul formato più grande o sull’opera definitiva.
Parola d’ordine: “Non le guardare quelle, che fanno schifo”.
Matteo Sbaragli nasce nel 1979 a Forlì, frequenta il liceo artistico a Ravenna e si laurea all’Accademia di Belle Arti a Bologna. Per per dieci anni è artista con contratto di esclusiva della famosa Opera Gallery, che lo porta ad esporre in tutto il mondo, nelle sedi di Dubai, New York, Parigi e Montecarlo. Le sue opere fanno parte di collezioni private tra le più prestigiose.

Studio di LABADANzky

Lo studio di LABADANzky si trova in un complesso di edifici che non diresti mai accogliere al loro interno uno spazio così stravagante e unico nel suo genere; ti accorgi della sua esistenza solo se, da fuori, alzi lo sguardo verso le terrazze delle palazzine e noti che in tutti ci sono solo panni stesi, tutti tranne uno: da uno solo spuntano semafori e braccia robotiche, taglia erba smontati e riassemblati, cavi e catene.
L’entrata del condominio è piuttosto semplice e canonica, si salgono un paio di rampe di scale e si raggiunge quella che sembra una normale porta di un appartamento, mentre quello che ti aspetta dentro è tutt’altro. Quello che nasceva come un classico trilocale è stato totalmente smontato e ricostruito: materiali di recupero, scelti in un mare di oggetti buttati via, destinati al deterioramento, rivisti, corretti e riadattati ad un uso e un ambiente nuovo che in ogni sua componente ci parla dell’artista. Lo studio si divide in varie zone, pensate per assecondare le esigenze di tutto l’arco di una giornata, comprendendo quindi anche una “zona relax”, con tubi giallo traffico che escono dalle pareti, infinite bombolette sulle mensole, colori, pennelli e pezzi di sculture già disassemblate. Nella “zona laboratorio” invece, strumenti e attrezzi di ogni tipo, mensole fatte di cartone, altre vernici, bombolette, chili di pennarelli e un’intera parete coperta da pezzi di precedenti installazioni.
Ovunque guardi c’è qualcosa pronto a raccontarti un progetto, un’opera, un periodo vissuto, come se l’artista raccogliesse fisicamente un pezzettino di ogni esperienza fatta e lo esponesse lì, per riguardarlo tutti i giorni, ricordare sempre da dove è partito e quali sono le sue origini, vedere dove si trova ora e visualizzare gli obiettivi per il suo futuro.
Su un tavolino c’è un adorabile robottino che, seduto pensoso, mi guarda sconsolato e aspetta, con la testa abbandonata su una mano, che io faccia una foto anche a lui.
LABADANzky è un artista italiano, specializzato in installazioni urbane monumentali, realizzate a partire da materiali già “digeriti“ dal normale processo di produzione e consumo (quali vecchi elettrodomestici, tecnologia obsoleta, imballaggi, ecc.), attivo nelle principali piazze e città internazionali.
La sua metodologia espressiva e cifra stilistica dialogano freneticamente con il fruitore a proposito di alienazioni e controsensi che tessono la quotidiana trama della realtà urbana contemporanea.

Studio di Eron

Per visitare lo studio di Eron ci immergiamo nelle colline riminesi, in un edificio storico che accoglie silenziosamente l’artista. Ci aspettano metri e metri di superfici ricoperte di bombolette come soldatini maniacalmente ordinati e composti, uno accanto all’altro. Meravigliose pareti scrostate riportano alla luce il mattone sottostante, travi in legno sul soffitto e arredo antico che, passato tra le mani di Eron, diventa un’opera d’arte: specchi, infissi, finestre, lampade e mappamondi nascondono dei volti e delle immagini incerte esasperate nella loro potenza da candele e luci soffuse.
L’utilizzo di vernici acriliche e la tecnica dello spray, sviluppata fino a livelli virtuosistici, permette di raggiungere una straordinaria resa su larga scala ma anche in formato ridotto, come tele e supporti di varie dimensioni. Questo linguaggio è il mezzo espressivo perfetto per dare forma a tematiche di profondo valore: le opere di Eron, infatti, toccano spesso temi politici e sociali attraverso una ricerca pittorica che unisce potenza, delicatezza, poesia e armonia visiva. Una tecnica di altissimo livello e unica, che diventa veicolo di immagini poetiche e incisive.
Considerato tra i più dotati e virtuosi interpreti dell’arte figurativa e della pittura contemporanea internazionale, Eron è uno dei più noti esponenti del graffitismo italiano e della street art a cavallo fra XX e XXI secolo. Nel 2018 Eron ha realizzato quella che è considerata una delle più grandi opere d’arte murale urbana al mondo: W.A.L.L. (Walls Are Love’s Limits), realizzata nel nuovo quartiere City Life a Milano, è un dipinto di 1000 metri quadri che ha trasformato la grande parete in un muro contro le barriere.
Le opere di Eron sono state esposte in gallerie e musei di tutto il mondo tra cui: Chelsea Art Museum (New York), Biennale di Venezia, Saatchi Gallery (London), Galleria Patricia Armocida (Milano), PAC – Padiglione Arte Contemporanea di (Milano), MACRO – Museo d’Arte Contemporanea (Roma), Italian Cultural Institute (New York) solo per citarne alcuni.

Studio di Groter Walpius

Lo studio di Groter non è uno solo, ma sono tanti dislocati nello spazio e nel tempo, seguaci dei suoi cambiamenti.
Il suo primo studio è la carrozzeria di suo padre dove, con il passare degli anni, impara a conoscere le superfici, i colori e gli effetti cromatici realizzabili su ciascun materiale, chiedendosi come sarebbe stato se si fossero applicati gli stessi trattamenti a delle superfici diverse. Nasce così la sua voglia di dare una seconda possibilità ai materiali che nessuno considerava degni di un pavoneggiamento: il legno, il cemento, le pietre iniziano ad essere per Groter oggetto di sperimentazione. Ancora oggi è proprio in questo “primo studio” che costruisce le forme di cemento, rendendole lisce ma porose tanto da diventare perfette tele adatte all’accoglienza del colore.
Il secondo studio di Groter potremmo dire essere il treno che lo porta al lavoro: insegnare chitarra alle scuole medie gli permette di essere occupato e lontano per gran parte della giornata, facendogli acquisire tutte le immagini e gli accostamenti di colore che incontra, fotografandoli mentalmente per poterli ricordare al suo ritorno.
Il terzo studio è quello a La Spezia dove, con stucchi e bombolette, crea vari livelli di colore che poi fa emergere grazie a delle carte abrasive finissime.
Termina poi l’opera con il suo tratto distintivo nel suo ultimo studio, casa sua: delle finissime righe ad inchiostro create alla luce di una lampada in cemento che lui stesso ha creato.
È sempre questo il posto dove, durante le sue notti insonni, ripercorre tutti gli strati di colore e le levigature dei giorni precedenti.
Groter Walpius nasce a La Spezia nel 1977. Professore di chitarra classica, con una laurea in economia e un passato da carrozziere, decide di abbandonare tutto per seguire la sua vocazione nei confronti del colore: il risultato non può che essere non convenzionale. Nei suoi lavori c’è tutto questo: le superfici levigate, le nuvole di colore e il rigore della linea. I supporti che utilizza per le sue opere sono molteplici, dal legno al mattone alla tela, riuscendo a renderli protagonisti tramite velature e stratificazioni che permettono a ogni forma leggera e nebulosa di emergere attraverso linee tracciate con estremo rigore e potenza.

Studio di Giorgia Mascitti

Lo studio di Giorgia si trova al terzo piano di un palazzo adiacente a una delle vie più trafficate della sua città, Macerata. Aprendo la finestra si è catapultati davanti a uno dei monumenti più importanti e caratteristici del luogo che dona un sottofondo quasi perpetuo di opere liriche e concerti. Mi racconta che ogni tanto, tra una pausa e l’altra, le piace affacciarsi semplicemente per guardare e ascoltare: le teste basse di chi corre a lavorare, le urla e i clacson di chi è di fretta, il brusio del mercato di certe mattine e tutto lo scorrere fluido della vita fuori dal suo studio, ma anche della stanza stessa in cui lei vive.
Giorgia ha infatti deciso di unire, in qualche modo, le sue passioni al suo lavoro, creando un ambiente per lei “di comfort”, con oggetti che le portassero gioia, che le ricordassero la sua famiglia e i suoi amici, ma soprattutto un luogo che le permettesse di alzarsi dal letto nel bel mezzo della notte per segnare quel tratto a matita sul foglio che ha lì sulla scrivania, a pochi passi da lei e dai suoi sogni addormentati. Tanti libri, cd, fotografie, strumenti musicali, bottiglie di vino, erbari e videogiochi: tutti oggetti che parlano di Giorgia e che ritroviamo, in qualche modo, anche nelle sue opere.
Giorgia Mascitti è nata a San Benedetto del Tronto (AP) nel 1995. Nel 2014 consegue il diploma di Grafica Pubblicitaria presso l’istituto d’arte Licini di Ascoli Piceno. Nel 2020 consegue il titolo di Laurea di Diploma accademico di secondo livello in Decorazione presso l’Accademia di Belle Arti di Macerata. La sua ricerca tratta la speciale empatia che si crea fra immagine e memoria, finalizzata a far riemergere l’emozione di un ricordo attraverso figure provenienti dalla sua quotidianità, album di famiglia, immagini pubblicitarie e propri disegni.

Studio di Patrizia Novello

Lo studio di Patrizia si trova a Milano, zona Dergano, nel piano seminterrato di un gigantesco condominio: come succede spesso durante le visite degli studi, non si direbbe mai che una tale conchiglia possa contenere al suo interno una perla così luminosa.
Si accede dal cortile e, appena entrati, lo spazio si divide in varie zone: sulla sinistra un grande stanzone con un antibagno che è stato trasformato in una cucina, luogo fondamentale per la vita di Patrizia, grande amante del cibo; sulla destra invece troviamo un corridoio che ci conduce a due stanze più piccole, pressappoco grandi uguali.
Non appena terminata l’Accademia di Belle Arti, Patrizia ha deciso di cercare uno spazio a lei adatto, da condividere con la sorella Daniela, scultrice. Ecco che, trovato questo studio, le due piccole stanze sono diventate “micro-mondi” in continua evoluzione delle due artiste, estremamente diverse tra loro: una piena di utensili e materiali di Daniela e una colma di pennelli, colori ad olio e tele, di Patrizia.
Lo studio è comunque estremamente trasformabile, a seconda del progetto al quale l’artista si sta dedicando. Ad esempio, nel caso della creazione di gigantesche opere su tela, Patrizia preferisce impostare il lavoro su supporti verticali, ma poi concluderlo dipingendo le scritte in orizzontale, dovendo spostare più volte il lavoro e con la prerogativa di avere quindi un ambiente mutevole che assecondi le su necessità.
Lo studio ci appare molto ordinato, ma Patrizia ci confessa che, per quanto sia maniacale nelle sue opere, nel suo studio fatica molto a rimettere le cose al suo posto, sparpagliando colori, pennelli, matite, squadre, righelli, pastelli e, il più delle volte, perdendoli, ma poi ritrovandoli ogni volta, dopo tante ricerche!
“Mi piace lasciarmi ispirare dagli spazi in cui mi trovo e la vivo sempre come un’occasione per scoprire anche dei modi nuovi di lavorare, al di fuori del comfort consolidato e sicuro del mio studio”, ecco che Patrizia trova, negli ultimi anni altri due luoghi per dedicarsi al suo lavoro: uno studio a Londra, dove principalmente realizza e stampa le sue incisioni, e casa sua, luogo prediletto per i lavori su carta e i suoi libri d’artista.
Patrizia Novello nasce a Milano nel 1978, vive e lavora tra Milano e Londra. Frequenta l’Accademia di Brera dove consegue la laurea in Restauro dell’arte contemporanea. Si forma in pittura con Vincenzo Ferrari. Espone in mostre personali e collettive in gallerie, musei e fiere in Italia e all’estero. Partecipa a residenze e simposi. Pittrice, il suo lavoro si struttura in cicli di opere di matrice concettuale dove l’evocazione gioca un ruolo importante mentre la descrizione diretta di oggetti o situazioni viene smaterializzata dal processo creativo adottato.

Studio di Alessandro Sebastianelli

Lo studio di Alessandro è come un pianeta a sé stante: un universo fatto di alchimia, astronomia, psicologia, onirotarologia, tutti elementi che ruotano velocemente e compulsivamente attorno alla figura dell’artista, che si propone di riunirli e dare forma all’invisibile, rendendolo visibile, e viceversa. Spesso, all’interno di questo spazio, carico di energie, vengono effettuate danze e riti sciamaniche, portando al centro di essi proprio le sculture, i dipinti e i disegni di Alessandro.
Il profumo di incenso pervade l’ambiente. Entrando nel suo studio si respira un forte parallelismo con quello che stiamo vivendo in questo periodo: le restrizioni rendono le persone vulnerabili, isolate, asettiche, prive di protezioni e cariche di mancanze, ma Alessandro mette in luce, con la figurazione nella sua pittura, una connessione comune invisibile che supera le distanze e le differenze. Questa radice che ci unisce è sempre esistita ma, come ci racconta, tendiamo inconsapevolmente ad atrofizzare la capacità di rendere percettibile questo legame.
Il risveglio di queste capacità ci riconnette alla terra, alla natura, all’essenza dell’esistenza e alla totalità del tutto. Ci sono tanti elementi nel suo studio che ci parlano delle sue passioni e della sua ricerca: pietre, minerali, piante, tarocchi, libri; la sua pittura è quindi in continua evoluzione, seguace dei ritmi della sua vita, dei suoi interessi e delle sue esperienze.
Alessandro Sebastianelli nasce nel 1994 a Jesi. Pittore e musicista autodidatta, è all’incessante ricerca di un linguaggio comune tra frequenze cromatiche e frequenze sonore. Cerca di cogliere le pluralità estetiche e sensoriali per rappresentare la non apparente realtà. Si vede come in un sogno nel mondo che lo ospita, osserva attentamente in adorazione e riassembla quello che vede in una modalità nuova, profondamente rilassante, quasi curativa. Negli ultimi anni ha preso parte a varie personali e collettive in tutta Europa.

Studio di Matteo Casali

Matteo ci porta a scoprire il suo studio di Thiene, dove passerà questo mese di atipiche festività; solitamente la sua “base” è a Venezia, nell’Accademia che frequenta, a casa sua, oppure d’estate, nel suo garage. Parliamo formalmente di “studio d’artista” per descrivere il luogo dove effettivamente il pennello e la matita toccano la tela, ma freneticamente Matteo disegna e dipinge costantemente immaginandosi quello che al più presto vorrà trasferire su un supporto che renda la sua arte fruibile a tutti.
Lo spazio che ci mostra è angusto e pieno di elementi ma è così che lui preferisce lavorare, tormentato e costretto nel suo antro creativo: ci racconta che, quando deve dipingere le sue enormi tele, cerca ovviamente spazi più ampi che lo possano accogliere, ma li riempie di strumenti, colori e altre tele, milioni di oggetti che rendano lo spazio per lui più familiare e accogliente. Pile di oggetti come edifici che affollano le strade iper-trafficate del suo processo creativo: libri di arte e filosofia, blocchi da disegno, foto e quadri abbinati a suoni naturali e jazz.
L’influenza data dal luogo in cui Matteo si trova è molto significativa all’interno della sua ricerca: la tanto desiderata penombra gli permette di concentrarsi sulla tela dimenticando lo spazio circostante, soffocante e buio, che isola l’artista dal resto del mondo, lasciando spazio a una realtà chimerica data da un profondo isolamento.
Matteo Casali nasce nel 1994 a Schio (Vicenza), dove si diploma presso il Liceo Artistico. È attualmente iscritto all’Accademia di Belle Arti di Venezia. L’immaginario che troviamo nelle sue opere proviene da scene di vita quotidiana, contaminate da elementi quasi mitologici, insistendo fortemente sul chiaroscuro. Matteo ha partecipato a varie mostre collettive e personali.

Studio di Riccardo Garolla

Lo studio di Riccardo si trova a Milano, è un piccolo monolocale che ci accoglie con una luce calda e densa, pareti stinte dai colori delle sue opere e tende rosse annodate a mostrarci altri palazzi e terrazzini, con vista sulla vita di altre persone. Ci viene raccontato quanto i sentimenti che l’artista prova per quel suo studio siano dicotomici: in certe circostanze si rivela il posto perfetto per pensare, per elaborare la realtà e tramutarla in disegno, in altre condizioni si trasforma nel posto più angusto, opprimente e costringente nel quale una persona possa sentirsi rinchiusa.
Gli elementi che vediamo sono tutti parte del processo creativo di Riccardo: le piante, tenacemente presenti nei suoi ambienti e diversissime tra loro, specchi, ovviamente tele, colori e disegni, ma anche strumenti musicali, in quanto ad ogni opera viene attribuito, in modo molto naturale e fluido, un suono, una melodia creata appositamente per quel momento.
La musica è un elemento molto importante per la nascita delle opere di Riccardo che poi, successivamente, andranno ad “abitare”, come lui stesso racconta, l’ambiente in cui saranno accolte. Le cuffie sono sempre presenti sul tavolo da lavoro, ovunque esso sia, insieme a un posacenere e al suo astuccio nero, qualcosa da bere e un contenitore per sciacquare i pennelli macchiati, un’acqua limpida che piano piano scandisce col suo colore il tempo che Riccardo passa seduto in un’apparente immobilità, che nasconde una frenetica e prolifica azione creativa.
Riccardo Garolla nasce nel 1986 a Tradate. Studia e si laurea dopo aver frequentato l’Accademia di Belle Arti di Bologna e di Brera. Attualmente vive e lavora a Milano. Riccardo rivela scene nascoste, cercando l’umanità dello sguardo, cogliendo un’istantanea di ciò che si vela oltre il primo disordine dell’uomo. Le sue opere sono state esposte in varie mostre personali e collettive.

Studio di Lisa Gelli

Lo studio di Lisa è piccolo e silenzioso, discreto e aggraziato, minuto e autoironico, esattamente come lei. Un piano su cui appoggiarsi, una sedia, materiali vari e tante scatole di tutte le misure, per contenere tutto ciò di cui le sue sperimentazioni necessitano. Fulcro del suo studio è il piano da lavoro, i cui confini sono pennini, pennelli, matite, china e tanta carta, supporto privilegiato nella ricerca dell’artista, ma anche tutto ciò che serve per lavorare la ceramica, recente scoperta di Lisa.
Tra le varie scatole piene di idee, contrassegnate chiaramente da scritte nere, una in particolare attira l’attenzione, con un ritaglio di carta con la scritta “possibilities”; Lisa ci racconta che quella è un ritrovo di scarti, polaroid riuscite male, Leporelli ancora da riempire e tutto quel materiale che, apparentemente da buttare, risulta fondamentale quando si ricerca un’idea inusuale e imprevedibile: è solo questione di saper pescare in quel piccolo e infinito mare di possibilità.
Il muro bianco attorno al piano di lavoro è colmo di appunti, disegni, parole che possiamo ipotizzare essere parte di tutta la crescita, personale e artistica, di Lisa: fotografie che, in varie forme, hanno segnato la sua evoluzione. Al centro del muro un foglietto lungo e stretto con trenta parole e frasi messe in fila in ordine alfabetico, una sopra all’altra, diversissime tra loro e apparentemente scollegate, ma che in qualche modo, nella mia immaginazione, creano una personalissima poesia che si legge con l’accento toscano.
Lisa Gelli nasce nel 1983 a Empoli e successivamente si trasferisce a Macerata dove lavora come graphic designer ed è organizzatrice e co-art director di Ratatà, festival di fumetto, illustrazione, editoria indipendente. Il suo linguaggio poetico e i suoi colori trovano la loro massima espressione in chine e pigmenti che si uniscono in forme che sembrano dipinte sull’acqua. Ha partecipato a numerose mostre collettive nazionali e internazionali.

Studio di Svccy

Lo studio di Svccy si trova al secondo piano di un piccolo condominio a Ravenna circondato da villette dei primi anni ’60, non troppo distante dal centro città. È caratterizzato da un ambiente basato sul contrasto tra bianco e nero con un pavimento a scacchiera e mobili in linea con questa alternanza di colori. Ne risulta, forse senza farlo apposta, una stanza che rispecchia uno dei tanti ambienti che vengono raffigurati all’interno delle sue immagini digitali, dove protagonisti della scena classica si uniscono ad ambientazioni surreali, con auree rosa e viola che trasportano busti romani in luoghi specialmente attuali.
Svccy ci racconta che questa stanza ha vissuto e vive tuttora una duplice vita tra arte e musica. Infatti, i muri dello studio hanno sentito per anni melodie che spaziano dal classicismo fino alla musica d’avanguardia: Mozart, Weber, Debussy, Stravinsky, Berio e tantissimi altri, proprio perché Svccy, prima di essere un artista, è un clarinettista e professore di musica. Nel suo studio la musica non manca mai, accompagna ogni lavoro e pensiero sulle immagini che poi verranno prodotte, è una delle prime fonti d’ispirazione per l’ideazione dei suoi lavori, associata anche alle opere dei grandi maestri dell’arte.
La stanza, col tempo, è diventata anche luogo di sperimentazione visuale, inizialmente con il supporto di un semplice computer portatile, fino ad arrivare, negli ultimi mesi, ad una vera e propria postazione adibita allo sviluppo di immagini e piccole animazioni in 3d.
Svccy nasce a Ravenna nel 1997, è un artista digitale autodidatta. L’arte che realizza si ispira alla collage art digitale permeata dalla corrente visiva Vaporwave / Estetica nata e sviluppatasi online tra il 2011 e il 2012. Il genere è caratterizzato dall’uso di temi nostalgici degli anni ‘80 e ‘90 di sistemi operativi per computer e console per videogiochi, busti romani, centri commerciali abbandonati, elementi della cultura giapponese tutti conditi con l’uso di sfumature sulle tonalità del viola e del rosa. A differenza delle immagini classiche del genere, le opere di Svccy tendono a una variante più oscura e introspettiva.

Studio di Sara Vasini

Lo studio di Sara, quello fisico, per intenderci, ha una storia davvero particolare che vale la pena ascoltare e raccontare. A sedici anni visita la casa-studio dell’artista Ines Morigi Berti, maestra della sua insegnante di mosaico, che le permette di considerare la sua abitazione e il suo studio non più come due ambienti che dovessero per forza essere distinti per essere funzionali, ma due luoghi che, portati a coincidere nelle stesse coordinate, si completassero e, allo stesso tempo, contaminassero in maniera estremamente positiva.

La vita portò Sara ad avere uno studio lontano da casa verso i ventisette anni, che però non le permetteva di concentrarsi e così fu una faccenda breve, giusto di qualche mese. Quando finalmente riportò a casa tutto, ricominciò a respirare e si impose di non permettere mai più a se stessa momenti di apnea, affidando per sempre il suo studio alla sua casa, e viceversa, facendo sì che il suo lavoro facesse parte della sua vita in ogni momento della giornata.

Sara ci racconta che per lei è fondamentale avere tutto a portata di mano, avere sempre la possibilità di scegliere in mezzo a quel mosaico di strumenti che si è costruita attorno, dandosi anche la possibilità di infittire le tessere aggiungendo, di tanto in tanto, qualche giocattolo della sua infanzia ritrovato in un cassetto o qualche oggetto, che verrà prima accuratamente pensato e poi effettivamente composto.

Oggi Sara ha due studi dove si sente “a casa”, uno a Bellaria-Igea Marina, in cui la linea d’orizzonte è il mare, e uno a Macerata, che si affaccia sulla chiesa di Santa Maria delle Vergini, tra le colline.

Sara Vasini nasce a Cesena nel 1986. Frequenta l’Istituto Statale d’Arte per il mosaico Gino Severini diplomandosi presso l’Accademia di Belle Arti di Ravenna nel 2013, sezione Mosaico, conseguendo il diploma specialistico nel 2020. Segue corsi di scultura basca a Bilbao. È assistente dello scultore Graziano Spinosi dal 2011 al 2014. Partecipa a RAM nel 2015 vincendo, espone presso il Museo d’Arte della città di Ravenna (MAR) e in numerose collettive e personali. Nel 2017 vince GAEM. Utilizza il mosaico come strumento di ricognizione del reale e come strumento interpretativo.

Studio di Matteo Lucca

Lo studio di Matteo si trova a Forlì, è uno spazio intricatissimo di oggetti, percorsi, materiali e forme, tutte contenute sotto un tetto di grosse travi antiche. Apparentemente è abbastanza caotico, ma solo se ci si ferma ad un primo e rapido sguardo, in quanto tutto ha un posto specifico che gli appartiene e, anche se l’accumulazione pare davvero seriale, tutto ha un senso e un andamento quasi melodico.

Le pareti fredde sostengono mensole di legno, sulle quali poggiano scatole e piedistalli che reggono sculture di teste, ma ci sono anche un’infinità di strumenti appesi, come a voler creare una gigantesca collana fatta di materiali diversi.

Matteo condivide lo studio con il suo primo insegnante di scultura delle superiori Ivo Gensini, per lui grande e importantissimo riferimento giovanile, che è diventato attualmente un vero e proprio collega con il quale creare scambi di idee e dialoghi scultorei. L’allievo e il maestro si incontrano in un luogo che permette di conversare quasi alla pari, di lavorare insieme senza grosse differenze ormai da tre anni, da quando Matteo fece di quello spazio, in particolare del soppalco, il suo “centro di raccolta” di lavori, materiali, strumenti. Il suo studio, infatti, non è solo questo, ma è quello che mi piace definire uno “studio diffuso”, che si colloca in altre zone della provincia, spesso a casa di amici, quando l’artista deve concludere le sue opere, a seconda del materiale a cui si sta dedicando, dal pane, alla ceramica, ai metalli.

Matteo Lucca ha studiato all’Istituto Statale d’Arte di Forlì per poi laurearsi in scultura all’Accademia di Belle Arti di Bologna. Ha partecipato a varie mostre collettive e personali. Per le sue sculture, quasi sempre calchi presi dal vero, utilizza materiali quali il rame, il piombo, il ferro, la cartapesta, i tessuti, la ceramica e il pane. Spesso composte da vari materiali, le sue opere sono figure reali che si presentano raramente integre e intatte ma spezzate, frammentate e avvolte da strati di materia che lascia intendere un inarrestabile scorrere del tempo oppure inutili tentativi di cura e di conservazione. L’azione comportamentale, e quindi extra scultorea, ha un ruolo importante nell’opera di Lucca, che, tra l’altro, si è dedicato al teatro-danza nell’ambito di più generali interessi nei confronti della danza moderna e contemporanea.

Studio di Alessandro Marangon

Nello studio di Alessandro ho trovato tutto fuorché le cose che solitamente vedo negli ambienti vissuti dagli artisti. Il suo lavoro si divide in due spazi, quello esterno, d’estate o quando ancora le temperature lo permettono, e quello al chiuso, d’inverno.
Il primo si trova al di sotto di una tettoia nelle colline bolognesi, dove nascono tutti i lavori che includono l’utilizzo di strumenti come frese, seghetti alternativi, trapani, senza vedere, nemmeno lontanamente, pennelli, matite o colori. Appoggiata al muro di mattoni grezzi c’è una pesante asse di legno alla quale sono stati affissi i bozzetti del lavoro che sta nascendo a pochi metri da lì.
Il secondo spazio, quello interno, si divide tra un laboratorio e la sua casa; nel laboratorio prendono vita quei lavori che Alessandro chiama “di composizione”, ovvero creati dall’assemblaggio di cortecce, spine ed altri elementi naturali che utilizza nella sua ricerca. Mi colpiscono una suddivisione maniacalmente minuziosa dei vari elementi, distinti per forma e dimensione su un piano a contrasto, e la cura con cui l’artista sfiora le spine, che riempie lo spazio di un gusto poetico. La sua casa, e in particolare la sua stanza, sono invece più in balia di un caos ricercato, che lo costringe piacevolmente a dormire, qualche notte, con opere, o parti di esse, sopra e sotto al letto, idee ammassate e catalogate su una scrivania a scomparsa, che non è mai stata chiusa, dal giorno in cui è stata costruita. Nascono qui i lavori più piccoli e dettagliati, la ricerca pittorica figlia dell’estate passata con altri artisti, il fotoritocco e lo studio delle linee che compongono gli elementi naturali.
Fil rouge di questi spazi è proprio la luce che li pervade: ambienti ricchi di luminosità e carichi di energia, certamente diversi da quei luoghi angusti in cui Alessandro ci racconta di aver vissuto fino ai vent’anni, e che ora vuole sostituire con laboratori più ampi possibili, che diano spazio e voce alla sua visione del mondo e della contemporaneità. 
Alessandro Marangon si diploma in Grafica Pubblicitaria a Mestre e attualmente vive e lavora a Bologna. Avvia il proprio percorso di artista autodidatta dedicandosi alla sperimentazione di materiali eterogenei, combinando pittura, scultura e fotografia, alla ricerca di un linguaggio espressivo autentico, plasmando e classificando oggetti naturali, come rami e cortecce, destinati all’invecchiamento e al disfacimento. Ha partecipato a varie mostre collettive e personali.

Studio di Andrea Pola

Lo studio di Andrea si trova a Ravenna, città che lo ha accolto qualche anno fa quando ha deciso di trasferirsi per frequentare l’Accademia di Belle Arti; è uno spazio piccolo, ma perfettamente organizzato, all’interno della casa dove vive. Un’accoglienza ordinatissima, la stanza piena di sculture e dipinti, ma anche disegni e collage, tutti disposti sulle linee di una griglia precisa. Sotto alla scrivania tutto il necessario per scolpire, anche se ci confessa che preferisce farlo in Accademia, con stanze più ampie da sporcare.

Andrea è una persona molto timida e introversa per questo, guardando le sue opere, è naturale chiedersi se sia proprio lui a realizzarle: personaggi di china nera con occhi penetranti e inquieti, sculture di volti che si dimenano su se stessi, straziati, urlanti, macchiati di tessere musive e scarnificati dalle stesse. La scultura è una tra le sue ultime ricerche, un’analisi profonda dell’uomo attraverso la materia che si unisce in agglomerati che autonomamente prendono forma, assumendo espressioni talmente familiari da renderci inquieti; un’introspettiva visione all’interno di chi guarda, fino a trovare un’intensa somiglianza tra noi e ciò che stiamo guardando, che ci sta scrutando a sua volta.

Turbato e impassibile, ossessionato dalle persone, Andrea coglie l’essenza degli esseri umani e cattura le loro espressioni, rielaborandole in scultura, pittura e disegno. Disagio, misantropia, disadattamento, inadeguatezza, si palesano con la materia e il colore in forme arcaiche, espressioniste ed essenziali, come specchiate negli occhi dell’artista.

Andrea Pola nasce nel 1995 a Sanremo, cresce a Ventimiglia. Si laurea in pittura all’Accademia Albertina di Torino e studia tuttora all’Accademia di Belle Arti di Ravenna. La sofferenza, il disagio, l’inadeguatezza, sono le fondamenta da cui scaturiscono i suoi personaggi; spesso sono controversi, erranti alla ricerca di un loro spazio nel mondo, incerti della propria sessualità, depredati del loro decoro, derisi, dubbiosi, narcotizzati, malati, abbandonati, esclusi.

Studio di Kiki Skipi e Andrea Casciu

Lo studio di Kiki Skipi e Andrea Casciu nasce nel 2019, prende il nome di Studio Edera, come la via in cui è situato, in onore di Francesca Edera de Giovanni, prima donna partigiana ad essere fucilata a Bologna dai fascisti. Disse, prima della raffica di spari, “Tremate. Una ragazza di diciannove anni vi fa paura”, come donna impavida e fiera, davanti a chi spaventava molti, ma non lei. Interessante e importante la scelta di dare questo nome allo studio, per non dimenticare un atto di coraggio così forte e per diffondere una storia che lascia il segno.

Lo spazio solitamente è condiviso dai due artisti che, all’interno, hanno creato un vero e proprio luogo aperto a qualsiasi tipo di sperimentazione: pittura, incisione, illustrazione e scultura sono solo alcune delle tantissime ricerche che portano avanti Kiki e Andrea. Ogni tecnica ha la sua zona, in un ambiente senza divisioni interne, senza stanze ma con un’unica grande sala divisa in più parti dai soli strumenti che la compongono.

Le idee prendono forma in un ambiente carico di stimoli, eterogeneo nei particolari, zone e visitatori; infatti, questo studio nasce con l’idea di creare aggregazione, ospitare mostre, artisti ed eventi, per creare legami con le altre realtà facenti parte dell’ambiente culturale della città. Gli spazi sono molto ampi, chiari e accoglienti, pronti ad essere invasi da chiunque ne abbia voglia, che siano curiosi, amici, passanti o giocatori di biliardino.

In questo spazio chiaro tutto parla di loro e la prima cosa che si nota è come ogni cosa sia stata costruita con grande passione, unendo sostenibilità e riuso nella realizzazione dello studio: barattoli, pallet, specchi, supporti recuperati, rielaborati e riportati alla vita, come un piccolo (grande) atto d’amore verso il nostro pianeta.

Kiki Skipi nasce nel 1988 a Sassari, dove ha frequentato l’Accademia di Belle Arti. Vive e lavora a Bologna. Per i suoi piccoli mondi imprevedibili trae ispirazione da quello che vive, frammenti di sé e delle sue percezioni, per realizzare scenari onirici di fantastiche figure femminili ibridate a una ricercatissima vegetazione.

Andrea Casciu nasce nel 1983 e frequenta l’Accademia di Belle Arti a Sassari. Attualmente vive e lavora a Bologna. Muovendosi abilmente nello spazio di azione dell’autoritratto, l’artista scatena un duplice innesco empatico: il desiderio di immedesimarsi nel nucleo più intimo della persona e una sfida all’anestesia generale del mondo in cui viviamo.

Studio di Elisa Pietrelli

Conoscendo Elisa e le sue opere, tutto ci si aspetterebbe, tranne che uno studio come il suo: il collage si fonda sull’abilità di mettere insieme frammenti, “pezzi” apparentemente non collegabili e spesso in contrasto tra loro e, per analogia, si penserebbe di trovare quest’artista in uno studio caotico, pieno di elementi, ricco di colori e forme. Invece, lo spazio in cui ci troviamo, è una stanza molto semplice con pareti bianche, pavimento in marmo rosa, arricchito da pochissimi punti di colore e mobilio: un camino nell’angolo con qualche pianta grassa, libri ed altri piccoli elementi, una poltrona foderata da stampe realizzate da lei, un tavolo di legno grezzo con cavalletti e sgabelli bianchi semplici, una piccola scaffalatura ordinata da scatole con smalti, bottoni, matite, frammenti di carta, acrilici e riviste, tantissime riviste. Nello scaffale, sotto il tavolo, nelle scatole e in molti altri punti della casa troviamo questo fondamentale elemento che Elisa utilizza per costruire le sue opere, i suoi mondi immaginari in cui nulla ha un senso, ma tutto lo trova. Niente è lasciato al caso, dal ritaglio alle singole agglomerazioni, fino al prodotto finale. Ogni frammento è scelto accuratamente per la propria bellezza estetica, potenza e assurdità.

Il quartiere che ospita Elisa è quello universitario, molto frenetico e giovane, perfettamente adatto a lei, vicino al centro di Perugia. La luce, in quella parte della casa, è perfetta, ma solo per qualche ora durante la giornata, tanto che la costruzione delle opere vagabonda nelle altre stanze durante il giorno, rincorrendo la luce migliore.

Gli spazi sono molto puliti e neutri, ma allo stesso tempo accoglienti e con carattere. Con “neutro” intendo dire che non c’è proprio nulla che possa distrarre: non c’è musica, non c’è televisione, non ci sono rumori o suoni, non ci sono troppi colori e tutti gli oggetti sono perfettamente ordinati. Tutto ciò cambia durante la creazione dell’opera, quando la stanza si riempie di minuscoli frammenti di carta che invadono prepotenti lo spazio e lo rendono caotico fino a quando non vengono incollati. Dopodiché, ritorna tutto candido e ordinatamente disciplinato, come se nulla fosse accaduto.

Elisa Pietrelli nasce a Terni nel 1987. Vive e lavora a Perugia. Nel 2012 consegue il Diploma Accademico di Secondo livello in “Arti Visive e Discipline dello Spettacolo”, indirizzo Grafica, presso l’Accademia di Belle Arti di Urbino. I suoi personaggi hanno arti e organi trapiantati, che sono troppo grandi, troppo piccoli, troppo distanti o troppo vicini per appartenere al genere umano. Nascono così personaggi mostruosi e inattesi che compiono azioni surreali, inseriti in scenari grotteschi con atmosfere claustrofobiche e visionarie.

Studio di Alessandro Turoni

Lo studio di Alessandro è immerso nel verde delle colline forlivesi, a strettissimo contatto con la natura, in un luogo popolato di animali selvatici che, in qualche modo, hanno preso possesso anche del suo ambiente di lavoro. La sua ricerca nasce in primis dalla natura che lo circonda, ma anche dai paesaggi più lontani e sconosciuti, dai suoi interessi e dalle cose che lo affascinano: anatomie e forme di vita di ogni tipo vengono unite tra di loro con cuciture a mimare giunture di arti e a formare figure inorganiche, in un circuito che parte dalla conoscenza degli elementi, alla loro scomposizione, modifica e assemblaggio in forme prima inesistenti.
All’ingresso ci attende un gatto appollaiato con dei penetranti occhi verdi, come ad accogliere i visitatori ma anche pronto a proteggere gli spazi che presidia.
Entrando notiamo un grande ambiente suddiviso in varie zone e ognuna sembra essere habitat perfetto di almeno una delle sue sculture: volatili minacciosi con zampe da gattini, scimmie, draghi, topolini, teste di leone, tutti coesistenti e coinquilini dello stesso studio, accomunati molto spesso dai materiali che li compongono e dall’estrema cura del dettaglio.
Sotto al tavolo da lavoro tante bobine di filo di metallo, che è stato il primo materiale utilizzato per costruire le sue piccole sculture. Piano piano i materiali sono diventati sempre più numerosi, acquisendo nella lista anche resine, tessuti, legno, eludendo ogni limite nella scelta, rendendoli al servizio dell’opera a cui si sta dando vita.
Questo spazio è di un amico di Alessandro e, in passato, ha avuto gli utilizzi più vari: è stato dapprima una stalla per maiali, successivamente un magazzino per la conservazione di rose, poi un deposito e ora uno studio d’artista. Dove un tempo si allevavano solo maiali, oggi si “allevano” varie specie di animali, perfino mostruosi e mitologici, animali a più teste o con parti del corpo provenienti da esseri diversi, micromondi giganteschi che si compongono all’interno di minuscoli vasetti.
Alessandro Turoni nasce a Forlì nel 1986, incomincia la propria formazione artistica presso l’Istituto Statale d’Arte dove inizia ad apprendere le tecniche plastiche e pittoriche. Sono gli anni del primo approccio al mondo dell’arte, della materia, dei colori e della continua ricerca di nuove modalità espressive: fotografia, collage e pittura. L’amore per la scultura nasce negli anni seguenti; è il periodo delle creazioni di sculture zoomorfe. Oggi insegna modellazione digitale all’Accademia Belle Arti di Bologna e prosegue la sua ricerca artistica personale.

Studio di Anna Lucia Rizzello

Quando varchi la porta dello studio di Anna ti sembra di stare in famiglia: tutto quello che vi è all’interno parla di lei e di tutto ciò che le sta a cuore. Lo studio era un ripostiglio, parte della sua casa, che è stato ripulito e reso il suo personalissimo ambiente di lavoro. Le pareti parlano chiaro: muri grezzi che urlano essenza, smantellando sovrastrutture inutili, aspetto che vediamo prepotente nel lavoro di Anna, che parte proprio da una profonda riflessione sull’essere umano, alla costante ricerca di se stesso, mosso dall’esigenza di conoscersi nel profondo.
Ci racconta del suo studio come di una creatura di cui è molto orgogliosa, in quanto ogni cosa all’interno è stata a lungo pensata, realizzata e infine posizionata da lei. Tutto è frutto della sua tenacia e del suo lavoro e ora passa qui la maggior parte del suo tempo, escludendosi dal mondo al chiudersi della porta dietro alle sue spalle. L’unica cosa che la riporta alla realtà, durante la giornata, sono determinati suoni: le persone e le macchine della strada centrale trafficata al di là della finestra, le campane della chiesa che suonano, le lezioni di musica nella scuola di fronte. Il calendario appeso al muro ci fa notare come il tempo, nonostante tutto, in questo luogo non esista. È fermo a mesi e mesi fa, accanto a cornici, cerchietti da ricamo e uno scialle appartenuto a sua nonna.
Adiacenti alla parete due telai antichi: il primo ereditato, rimasto esattamente com’era, tranne per qualche piccola modifica per renderlo nuovamente utilizzabile; il secondo acquistato e rimesso a nuovo. Opposta a questi, una scrivania con un telaio manuale da tavolo, primogenito, che diede inizio a tutto. Sulla terza parete una macchina da cucire industriale e una da tavolo, una tagliacuci, un ferro da stiro e un porta rocchetti, un armadio che contiene cotoni antichi, altri strumenti e qualche capo tessuto, una radio e tanti libri, bottoni, cerniere e altri accessori per i telai.
L’ultima parete ospita l’orditoio, dove Anna crea il suo ordito, insieme di fili che, unitamente a quelli della trama, concorrono a formare un tessuto. Davanti a esso due manichini e un tavolo che utilizza per realizzare i cartamodelli. Alzando gli occhi una imponente volta a stella è sopra di me, con appese delle grucce di canna realizzate appositamente per l’esposizione dei capi. Vicino al tavolo una sedia di vimini sulla quale siede quasi ogni giorno sua madre, attenta, silenziosa e fondamentale osservatrice.
Anna Lucia Rizzello nasce nel 1996 a Lecce. Vive e lavora a Taurisano. Crea tessuti e abiti dopo un percorso formativo dedicato all’approfondimento delle tecnologie della tessitura, presso il liceo artistico di Parabita indirizzo “design del tessuto” e al fashion design nella Calcagnile Academy di Lecce. Concepisce la Moda come arte sostenibile, l’abito e il tessuto sono, per lei, unicità da indossare. Nella sua ricerca il ricordo e la memoria più antica sono, con il telaio, il filo e l’ago, il mezzo attraverso cui esprime i sentimenti più intimi e profondi, il suo personale “disegno” di stile e di vita.

Studio di Silvia Bigi

Silvia ha deciso di trasferirsi a Milano tre anni fa, dopo aver lasciato il suo studio-galleria Lilith in centro a Ravenna, accettando di non avere, per svariato tempo, una sistemazione fissa, saltando di casa in casa, rendendo difficile programmare un lavoro assiduo. Per molto tempo nessun luogo era “il suo studio”.  Un giorno un amico artista le ha suggerito uno spazio nel quartiere Isola, in una vecchia casa di ringhiera, un palazzo che si è rivelato essere abitato da artisti, creativi, architetti, fotografi, che lo rendono un piccolo mondo, uno spazio in cui è riuscita a sentirsi al sicuro in un periodo difficile come quello dell’ultimo anno, in cui si è stati costretti molto tempo al chiuso, incapaci di godere della città. Il piccolo terrazzino esterno è stato vitale, indispensabile per gustarsi un po’ di cielo, sia per Silvia che per Luca Maria Baldini, compagno di vita, anche lui artista, compositore e sound designer, che condivide con lei la casa-studio.

Un secondo studio, condiviso con Claudia Petraroli, amica di Silvia, nonché artista, è stato uno spiraglio di luce chiara in questo periodo di opprimente grigio cittadino. Un laboratorio ancora da indagare, in quanto non adatto ai progetti recenti dell’artista, ma che sarà sfruttato sicuramente, ci racconta, con l’arrivo della bella stagione. Avere due luoghi differenti in cui lavorare ci dice essere per lei molto interessante e stimolante: uno, il primo, in cui lavorare alle idee, nel silenzio e nella concentrazione, nella propria area di comfort; il secondo, invece, uno spazio in cui trovare il dialogo, il dibattito e il confronto costruttivo, attivatori di piccoli cortocircuiti, come lei stessa li definisce, che trasformano il pensiero e lo sguardo.
Un altro elemento importante nella vita di Silvia è l’insegnamento, che le permette di guardare da fuori chi è e cosa ha da dire, una vera e propria condivisione del sapere, troppo poco considerata nel nostro tempo presente.

Nello studio il contrasto tra il bianco delle pareti e i colori colpisce lo sguardo. Sono due i progetti che ci mostra: uno, molto violento ma anche estremamente accurato, che riguarda la polverizzazione del suo archivio fotografico familiare, al fine di ricavare un pigmento colorato che utilizza per nuove forme di rappresentazione; il secondo, legato all’utilizzo di un programma di intelligenza artificiale che traduce sogni notturni generando immagini astratte e pittoriche, successivamente riprodotte in grandi formati.

Nella sua pratica Silvia si serve della fotografia come strumento e lo utilizza in modo non convenzionale, portando la sua ricerca a indagare i limiti di questo mezzo, scoprendone sempre nuove forme e funzioni. Il suo lavoro è molto mentale, i progetti nascono da uno studio approfondito, da un flusso di stimoli e relazioni, per poi approdare ad una formalizzazione che avviene quasi a conclusione del processo di formazione di idee e intuizioni. Il gesto a quel punto è naturale, non richiede nessun tipo di allenamento. La fotografia è sempre stata il suo medium ma ora la sta lentamente abbandonando, in una fase di trasformazione e transizione del suo lavoro, in una danza in cui i luoghi che vive si modulano in relazione alle sue necessità e cambiano con lei.

Silvia Bigi è nata a Ravenna nel 1985. Laureata al DAMS di Bologna, ha proseguito gli studi presso il Centro Sperimentale Adams di Roma e l’International Center of Photography di New York. La sua ricerca artistica, che si concentra in particolare sulle ferite che le strutture familiari e sociali lasciano sull’individuo, si sviluppa attraverso l’utilizzo di vari media, in particolare fotografia, installazione, scultura, video, suono e tessile.

Studio di Laurina Paperina

Lo Zio Pork Studio di Laurina Paperina si trova a Rovereto, vicino all’uscita dell’autostrada e in mezzo alle valli, comodissimo da raggiungere anche per chi non è della zona. Ci accoglie un neon molto grande affisso alla parete scritto di un fucsia prepotente, che contraddistingue questo spazio e a cui l’artista è molto affezionata. L’open space si trova al primo piano di un complesso di vari magazzini e uffici ed è suddiviso in varie zone che le permettono di viverlo al meglio, tra cui una zona dove lavorare, una dove archiviare le opere, una zona pisolini, una adibita al videomaking e una alla conservazione di materiali ingombranti come legno, telai e tele.
Prima di trasferire il suo processo creativo qui, lavorava in una stanza di circa due metri quadrati che le imponeva la realizzazione delle sole opere in piccolo formato, in quanto non c’era fisicamente lo spazio per realizzarne di più grandi. Dopo essersi spostata nel nuovo studio, tra il 2013 e il 2014, anche la sua produzione, quindi, è cambiata: le sue opere crescono e inglobano tutta l’aria che le circonda, lo spazio che hanno a disposizione, ingigantendosi e appropriandosi di quella seconda casa che Laurina si è costruita, nella quale l’artista passa la maggior parte delle sue giornate, un luogo magico in cui le cose scompaiono e si lasciano ritrovare dopo anni e anni, come lei stessa ci racconta.
Il nome Laurina Paperina presenta in modo puntuale la sua ricerca artistica: protagonisti provenienti dalla cultura popolare, da cartoni animati anni Ottanta e Novanta, vignette, fumetti e graffiti, una fantasia stravagante con colori forti e vivaci in una rappresentazione caricaturale dei suoi (e nostri) ricordi di bambina. Adagiata su questi personaggi, l’artista stende un velo spesso e pesante di ironia, che mira a ridicolizzare l’esagerata aura di solennità e austerità dell’impresa artistica, della politica, della religione e della cultura pop, sfoggiando un selvaggio sense of humor che parla con una sana, brutale e intelligente irriverenza, della nostra vita.
Dall’immaginario di Laurina nascono coreografie burrascose, danze di centinaia di personaggi che occupano tele dai contenuti a volte crudi e splatter. Davanti a queste è necessaria una lunga osservazione, una meditazione obbligatoria, senza la quale sarebbe impossibile cogliere le infinite citazioni nascoste tra i suoi personaggi vitali, colorati e allo stesso tempo crudeli e dissacranti.
Laurina Paperina è nata nel 1980 a Rovereto. La sua formazione artistica si è svolta prima all’istituto d’arte di Rovereto, dove nel 1999 si è diplomata in grafica artistica e fotografia, quindi all’Accademia di Belle Arti di Verona, dove si è diplomata nel 2005 con una tesi in pittura. Si autodefinisce “una papera con una testa umana”, promuove un’arte del tutto sarcastica e ironica. Attraverso i numerosi supporti e medium utilizzati dall’artista, come dipinti, disegni, installazioni scultura, murales e animazione, Laurina raffigura il mondo filtrandolo con un umorismo e un’ironia tagliente, ingegnosa e accattivante.

Studio di Marina Kappos

Lo studio di Marina si trovava a New York prima di trasferirsi, il primo aprile, a Los Angeles. Viveva nel Queens vicino all’Elmhurst Hospital che, durante la pandemia, ha rumorosamente invaso la vita di chi abitava nelle vicinanze; le sirene delle ambulanze a tutte le ore del giorno hanno reso insopportabile e inquietante la vita in quella zona e costretto Marina a cercare altrove la tranquillità. Mi racconta di aver sentito la necessità di trovare un luogo dove si sentisse protetta e al sicuro. Ha deciso quindi di rimanere in quarantena per quattordici giorni per poi raggiungere sua sorella gemella a Los Angeles, in una meravigliosa abitazione indipendente a Echo Park. La casa è ricoperta di viti ed è circondata da un grande giardino, una piccola oasi pacifica al centro di una città estremamente caotica.
 
Marina ha svuotato una delle stanze della casa e ha ricreato lì il suo studio, luogo nel quale ha deciso di riprendere in mano un dipinto del 2008 e di riutilizzarne il telaio, creando un’opera diversa. Quest’ultima misura all’incirca 180×300 cm, le dimensioni esatte della parete che l’ha ospitata durante la realizzazione, durata moltissimi mesi. Lavorare nella stessa casa dove si vive è stata, per l’artista, un’esperienza molto positiva, in quanto ha avuto la possibilità di lavorare in qualsiasi momento, a qualsiasi ora del giorno e della notte. Racconta che, quando dovrà tornare a casa, tutto ciò le mancherà, ma lo ricorderà sempre con un sincero e grato sorriso.
 
Le anime dipinte da Marina sono sfuggevoli, ma allo stesso tempo impresse chiaramente sulla tela. Si intrecciano creando volti nuovi e imprevedibili che, quasi sempre, veicolano messaggi che stanno a cuore all’artista: discriminazioni, violenze, abusi e ignoranza sono condannati nelle opere di Marina, che rappresenta con le immagini la nostra società. Il suo bagaglio culturale è davvero molto ampio: i nonni provengono dalla Grecia, lei nasce a Pasadena, si sposta successivamente a Los Angeles per poi scegliere di vivere a New York; nel frattempo partecipa a due residenze artistiche a Tokyo dove vivrà per svariati mesi. Questa varietà di culture che la compongono e la formano, fanno di lei un’attentissima osservatrice che parla e scrive soprattutto di ciò che vive e che anche noi, tramite lei, sentiamo di poter affrontare. 
 
Marina Kappos nasce nel 1972 in California, vive e lavora a New York e, attualmente, a Los Angeles. Dipinge soprattutto con acrilico figure su tela che rappresentano la realtà che la circonda, manifesti attualissimi e pieni di vita. Ha partecipato a numerose mostre personali e collettive da Los Angeles a Tokyo, passando per New York, Londra e Bologna.

Studio di Codec Zombie

Lo studio di Codec Zombie si trova a Ravenna in zona Darsena, un’area ex portuale e industriale della città, negli ultimi anni notevolmente arricchita da locali, arte urbana, quartieri multiculturali e riqualificazione di spazi verdi.
Lo spazio si divide in tre aree: una “computer e packaging” dove è necessario che non ci siano polvere e colori, per il bene delle macchine e del confezionamento dei suoi lavori, un laboratorio dove si modellano principalmente la resina e la gomma ma anche tantissimi altri materiali e, infine, una zona centrale molto ampia adibita alla lavorazione di elementi più ingombranti come legno, ferro, gesso e cemento.
In questo laboratorio si respira un’aria distesa e rilassata e ci appaiono chiare le passioni dell’artista; una tra tutte, il suo Robotron che, tra tutti gli oggetti presenti nello studio, sarebbe quello che porterebbe con sè se dovesse sceglierne solamente uno. Ci è voluto un po’ di tempo per decidere quale fosse l’elemento più importante per lui in quanto, ci racconta, non essere una persona particolarmente attaccata agli oggetti, nonostante ne accumuli tantissimi e ne collezioni altrettanti.
Tutte le sculture che realizza Codec Zombie sono limited edition che rientrano nel cosiddetto “Toy Design”, ma che sulla confezione riportano la dicitura “Not a Toy”, in quanto vere e proprie opere d’arte. Sono realizzate una ad una, dall’ideazione del concept al design e alla costruzione del packaging, tutto nello stesso luogo, grazie anche al prezioso aiuto della sua collaboratrice Petra.
In questo spazio si dedica molto impegno anche allo smaltimento dei materiali di scarto che, raramente, vengono buttati: la raccolta differenziata è d’obbligo, la plastica viene rimacinata e riutilizzata quasi totalmente, mentre tutti gli scarti di resina vengono colati in degli stampi che vengono poi regalati agli ospiti o ai collezionisti con un adesivo “made with resin leftovers!”, iniziativa ammirevole in un periodo come quello che stiamo vivendo, in cui ogni scarto ha bisogno di essere valorizzato.
Alessandro Randi è un artista italiano, studia a Ravenna e successivamente frequenta un Corso di Fumetto a numero chiuso a Firenze. Dal mondo del Fumetto, dell’Illustrazione e della Grafica si sposta poi verso quella che è la sua vera passione, la Scultura, la serializzazione e quindi il Toy Design in tutte le sue fasi, unendo tutte le sue conoscenze: ideazione, creazione del concept, realizzazione, colorazione e packaging.

Studio di Gary Petersen

Lo studio di Gary si trova a Brooklyn (New York) in un vecchio edificio industriale accanto alla linea metropolitana che collega Manhattan al suo quartiere.
Appena entrata mi colpisce la luce che pervade l’ambiente, diffusa piacevolmente da grandi finestre che danno sulla strada principale. Lo spazio è arioso, i soffitti sono alti e, nonostante ci siano finestre solo su un lato, la luce invade ogni angolo; la seconda parete è utilizzata come archivio delle opere, le due rimanenti sono adibite alla realizzazione delle tele, in quanto l’artista opera principalmente su questo supporto.
L’edificio in cui si trova lo studio di Gary ha quattro piani e trova rappresentate al suo interno varie categorie di artisti: pittori, scultori, fotografi di moda e video maker. Anche la zona circostante è ricca di spazi dedicati all’arte come studi di artisti e varie gallerie d’arte e spazi espositivi.
Le pareti bianche della stanza creano un forte contrasto con i colori sgargianti delle tele, ricche di movimento, linee, forme semplici e allo stesso tempo complesse.
Le geometrie astratte di Gary parlano di quanto la vita dell’uomo sia incerta e spinosa: ogni linea, punto e colore ci parla delle nostre fragilità, spesso nascoste, a cui è difficile dare una forma e una consistenza in questo mondo fatto di immagini assordanti e rumori accecanti che a volte creano un tale baccano da rendere tutto oscuro.
L’ammissione della fallibilità dell’artista in queste tele è fondamentale: è sempre presente qualche dettaglio che dimostri il fatto che dietro a quell’opera ci sia una persona vivente, qualcuno che ha creato un progetto idealmente perfetto ma che, come succede in ogni esistenza terrena, fallisce anche solo in qualche dettaglio o ci stupisce prendendo strade che non erano state preventivate. Da lontano l’olio si allinea perfettamente agli intrecci della tela, crea delle distinzioni nette tra quello che è lo sfondo e il colore delle forme ma, se ci si avvicina, la mano dell’artista diventa defettibile e l’immaginario risulta ancora più realistico e persuasivo.
Gary Petersen nasce nel 1956 a Staten Island (NY). Si è laureato alla Pennsylvania State University e successivamente alla School of Visual Arts in pittura.
Dal 1992 espone in numerose mostre in tutto il mondo, le sue opere fanno parte di molteplici collezioni pubbliche e private.

Studio di Elena Monzo

Lo studio di Elena si trova nel centro storico di Orzinuovi, suo paese di origine, in provincia di Brescia. La sua casa-studio condivisa nasce una decina di anni fa quando, avendo a disposizione uno spazio così ampio, decise di condividerlo con il suo gatto Giorgi e con le persone più importanti della sua vita che, come lei, si occupavano di arte. Un grandissimo salone è dedicato alla realizzazione delle sue opere: i soffitti sono tipicamente molto alti e le vetrate rendono lo spazio fresco e luminoso. Le pareti sono bianche ma tappezzate di opere e oggetti a lei cari che creano un collage in divenire, un foglio bianco sul quale Elena ogni giorno aggiunge un tassello dipinto.
Mi racconta di avere un legame molto stretto con questo luogo, in quanto uno tra i pochi che riesca a farla sentire serena, a cui lei fa riferimento come alla sua comfort zone. L’artista è molto attenta anche alle dinamiche che nascono all’interno dello studio e che ripete inconsciamente in maniera rituale; per esempio, il momento del riordino prevede sequenzialmente l’ideazione e l’inizio della realizzazione di un’opera inedita.
Mi colpisce una collezione di talismani in madreperla affissi alla parete: questi amuleti nascono da una collaborazione con Luigi di Luca, artista e compagno di vita di Elena, con il quale ha studiato la realizzazione di ex voto di simboli pop in materiale naturale. Questi oggetti nascono dalla volontà di valorizzare e santificare uno spazio come quello delle nostre abitazioni che, negli ultimi anni, si è rivelato differente rispetto all’idea che ne avevamo, acquisendo un’aura tanto glorificata quanto mistificata.
Al centro della ricerca di Elena troviamo la donna indagata in ogni sua sfaccettatura e particolarità: alle anime rappresentate viene data la più totale libertà, le figure femminili sono trattate con estremo rispetto e valorizzate attraverso lo scardinamento della tradizione, evitando la negazione della stessa, riducendo l’immagine all’essenza e quindi ai soli contorni. Successivamente al raggiungimento della purezza delle forme, l’artista costruisce ornamenti con collages, adesivi riciclati, timbri e altre sovrastrutture soggioganti ma necessarie a sporcare il bianco candido e intonso o le tinte piatte innaturali che circondano le figure. Le tele diventano stendardi rivoluzionari, critiche alla decadenza della società, schiava dell’estetica imposta dell’apparire, cortocircuiti di nevrosi, bizzarrie e adrenalina.
Elena Monzo nasce nel 1981 a Orzinuovi (Brescia). Dopo il diploma in pittura all’Accademia di Belle Arti di Brera si dedica totalmente alla creazione artistica focalizzata sulla figura femminile. Nel 2015 viene selezionata presso Swatch Art Peace Hotel, prestigiosa residenza d’artista nel cuore di Shanghai per 6 mesi. Ha viaggiato e studiato tra New York, Messico, Giappone e Libano, esponendo in numerosissime mostre collettive e personali.

Studio di Anna Never

Lo studio di Anna si trova a Bologna, precisamente nel quartiere della Bolognina, una zona della città multiculturale, ricca di persone socievoli e affabili, tranquilla ma allo stesso tempo viva e ricca di parchi e giardini, che si addice molto bene alla vita dell’artista, come lei stessa mi racconta.
All’ingresso del suo studio ci accoglie un divano con cuscini colorati, sopra al quale sono fissate stampe e dipinti. Proseguendo ci imbattiamo nella zona dove nascono le sue tele: una è già posizionata, in attesa, sul cavalletto, una lampada ben puntata, una pila di libri su cui è poggiata una tavolozza e una sedia coloratissima poco distante. A fianco uno scaffale pieno di piccoli cimeli e volumi, sovrastati da numerose tele, arrotolate o intelaiate. I mobili e gli oggetti presenti cambiano spesso la loro disposizione e, come mi racconta Anna, molte delle cose spesso sparpagliate per la stanza vengono chiuse in un armadietto, per evitare di vedere il disordine, confessione che rimanda a un parallelismo diretto con la vita di ciascuno.
Inoltre, nello studio, ci sono due cose da cui l’artista non si è mai separata, nonostante spostamenti e traslochi: un cavalletto, regalatole dai suoi genitori il primo anno di Accademia, ormai inutilizzabile, perché troppo pesante e vecchio, e un disegno realizzato a grandezza naturale per il corso di Anatomia Artistica, arrotolato stretto.
Quando dipinge, la luce che predilige è quella del sole, che scandisce tutte le sue giornate lavorative e detta i ritmi di una pittura che si scurisce col calare della luce naturale. La città circostante viene ammutolita attraverso le cuffie nelle orecchie, ma rappresentata in modo estremamente efficace: la pittura ad olio impregna le fibre della tela di tutta l’inadeguatezza che costringe la nostra società, attraversando le caratteristiche più disturbanti, inusuali e allo stesso tempo comuni, sintomatiche di una natura umana deviata e prevedibile.
Anna Never è una pittrice italiana che vive e lavora a Bologna. Ha esordito nel 2019 con la personale “Amnesty”. Le sue figure sono derelitte in luoghi che appaiono non solo desolati ma mai abitati. Ha esposto in plurime fiere e mostre personali.

Studio di Camilla Falsini

Lo studio di Camilla si trova a Roma all’interno della sua casa nel quartiere del Pigneto. Due tavoli grandi di legno costruiti da lei occupano lo spazio e lo suddividono secondo uno schema ben preciso che rimanda, per rigorosità, ordine ed estetica, ai suoi lavori; un tavolo viene utilizzato principalmente per realizzare le illustrazioni in digitale con computer, tavoletta grafica, colori e pennelli che vengono utilizzati, però, nel secondo tavolo, adibito alla creazione dei collage e delle carte con cui li realizza, che lei stessa colora a pennello. Lo studio si trova all’ultimo piano e Camilla mi parla di come si perda a osservare i tetti di Roma ogni qualvolta si senta pensierosa o si conceda una pausa dal lavoro. Le basta girare la testa verso le due grandi finestre accanto a lei per immergersi in un mare di geometrie ambrate, tegole su tegole che creano disegni fatti di linee e forme pulite.
Le stesse linee le ritroviamo nei lavori di Camilla che, tramite illustrazione, scultura e pittura in piccolo e grande formato, ci parla di un mondo riportato all’essenziale: poche e semplici forme, assemblate in un vero e proprio collage, creano delle storie coloratissime, veicolano messaggi e, grazie alla loro essenza primordiale, sono fautrici di piccole rivoluzioni.
L’oggetto al quale l’artista è più affezionata è un vecchio mobile di cassettini ereditato da un ottico che Camilla ha restaurato, riadattato e che ora contiene tutte le carte per i suoi collage. Le forme che dipinge e incolla creano compositi labirinti sgargianti che offrono visioni sfaccettate e variopinte della realtà in cui viviamo: poligoni fissi e stabili in contemplazione di un mondo che dovrebbe aspirare a una tale essenzialità.
Camilla Falsini nasce a Roma nel 1975, dove tuttora vive e lavora come pittrice e illustratrice. Si diploma in illustrazione allo IED di Roma e inizia da subito a collaborare come illustratrice con case editrici, aziende, brand e riviste, in Italia e all’estero. Ha partecipato a numerosissime mostre personali e collettive e ad altrettanti festival di arte urbana in tutta Italia.
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